La parentesi

L’altra settimana ho passato un paio di giorni, forse anche tre, veramente memorabili.

Mi alzavo allegra, con la voglia di fare, e dispensavo parole gentili a tutti.

Avevo pazienza, ero ottimista e la vita mi sorrideva.

Anche la strada tra ufficio e casa mi sembrava più breve, soprattutto il ritorno a casa.

Le mamme della scuola assembrate in mandrie statiche davanti all’entrata,

coi loro discorsi sempre uguali sul regalo alla maestra e i festoni fatti a mano di carta crespa,

anche se non si spostavano subito quando chiedevo permesso per passare,

non mi infastidivano e non mi ispiravano pensieri malevoli.

Le unghie laccate delle commesse dei supermercati

– quelle finemente lavorate con fantasie di pallini e righine a volte decorate di brillantini che solitamente guardo disgustata passandogli il bancomat- pure, anche quelle mi sembravano tollerabili.

Il cielo era più terso in quei giorni lì e anche quando c’era nebbia:

era una nebbia – come dire?- con una certa poesia.

Perfino le verdure cotte durante quei giorni luminosi lì che ho avuto l’altra settimana, anche le verdure bollite che cucinavo per cena -mi hanno detto le mie figlie- anche condite solo con olio e sale avevano un ottimo sapore e loro le finivano tutte senza lasciarmi avanzi di tutte le tonalità del verde palude da accumulare in frigo dentro ai contenitori col coperchio di plastica.

Tutto per tre giorni è stato quasi perfetto.

Mi sentivo anche più bella.

Comunque dopo quei tre giorni di buonumore sono tornata quella che sono: pessimista, e convinta avvistatrice di bicchieri sempre mezzi vuoti piuttosto del contrario.

Non ho capito il perché ho avuto quei tre giorni luminosi finché stamattina di nuovo lo stesso strano fenomeno: mi sono alzata che ero un’altra e cinguettavo melodiosa come gli uccellini di Cenerentola.

E allora ho capito.

Mi è venuto in mente che la parentesi rosa dell’altra settimana era stata causata da una trattativa commerciale che era in corso. Per un po’, infatti, per una manciata di ore, c’è stata la concreta possibilità che io diventassi l’orgogliosa proprietaria di una bicicargo usata ma tenuta bene.

Tre giorni di fitto carteggio con una tizia che ne aveva una di cui si voleva liberare mi avevano acceso la speranza di avere un oggetto che desidero da tanto tempo e che mi permetterebbe di lasciare la macchina in garage e spostarmi con le gemelle pedalando.

Stavo per possedere una cosa che mi avrebbe cambiato la vita radicalmente.

Poi niente, non se ne è fatto nulla, perché la bici stava in un’altra città, troppo lontana per recuperarla e trasportarla fin qui a Bologna, così le mie speranze di una vita diversa sono tutte sfumate.

Ma stamattina, stamattina sono di nuovo una persona solare, e ottimista e piena di voglia di fare perché ieri sera, ieri sera è successa una cosa che non so se poi andrà in porto ma se andrà in porto: wow!

Se andrò in porto quella cosa lì di cui ho sentito parlare ieri sera tra le 23 e 15 e le 23 e 45 io andrò a piedi su al santuario della Beata Vergine di san Luca

saltellando a zoppo galletto cantando “hare krishna”: lo prometto.

Stamattina ho capito che invece delle metanfetamine bisognerebbe che qualcuno si concentrasse sulla sintesi chimica della speranza,

e avremmo un mondo migliore.

Io almeno sarei una persona migliore.

Che qualcuno mi cucini della speranza, per favore.

 

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