A tutto

Quando avevo forse dodici anni feci una vacanza in montagna assieme a mia madre, mia zia e i miei due cugini.

Mi ricordo bene quella settimana solo per un particolare:

nel tratto che separava Madonna di Campiglio dalle funivia per Folgarida, per un tragitto di circa 20 minuti ad andare e 20 a tornare, pigiati su una Miniminor Abart color crema, credo con sedili in pelle rossa se non sbaglio, ma non ci giurerei, con mia madre che sicuramente indossava stivali Moonboot rivestiti di pelo fulvo a fianco a mia zia che guidava mentre lei invece fungeva da navigatore e crash control perché urlava a ogni curva, io credo di avere risentito sudando come una bestia dentro a una tuta da sci imbottita di un bel bianco tendente all’ingiallimento con profili blu che avevano stinto, tuta che si bagnava alla prima caduta del mattino e a fine giornata era sistematicamente fradicia, io credo di avere risentito centinaia di volte di seguito la cassetta dell’ellepi di Cocciante che conteneva la canzone Cervo a primavera in loop, senza sconti tutti i giorni sia all’andata che al ritorno, perché mia zia era un periodo che le andava così.

Trent’anni dopo mi succede di nuovo una cosa simile.

Mio marito si è fissato con un cofanetto di tre cd di Harry Nilsson, in particolare su una canzone che si intitola Coconut.

La ascolta da mattina a sera, la ripete canticchiando sotto la doccia, pretende di mettermela su anche in camera da letto e ha programmato la radio sveglia con quella canzone lì sempre la stessa ogni mattina dei giorni feriali alle 6 e 40: tutti i giorni uguale.

All’inizio ero perplessa.

Ho passato una breve fase -durata qualche giorno- un po’ preoccupata per la sua salute mentale.

Poi invece -nei giorni immediatamente successivi- ho iniziato a temere per la mia salute mentale mentre studiavo il modo di farlo smettere senza ottenere però nessun risultato.

«Che fastidio ti da?» mi chiedeva.

Io davvero non sapevo cosa rispondere e di passare per una persona intollerante non mi andava proprio.

Di seguito ho impiegato invece qualche settimana a chiedermi se potessi essere finita in una specie di esperimento scientifico al quale i medici avevano deciso di sottopormi per vedere se ho le capacità per reggere a una simile sollecitazione nervosa essendo magari diventata a mia insaputa una cavia da laboratorio: la qual cosa non mi sembrava -chissà perché- del tutto improbabile,

Ma adesso, adesso ormai sono settimane che ascolto Coconut, ormai devo essere sincera che mi ci sono quasi abituata.

Comunque, ho smesso di oppormi.

Apparentemente sono assuefatta.

Mi sembra quasi normale vivere con il sottofondo di quei tre o quattro giri di chitarra sempre uguali.

Per una sola cosa invece sono preoccupata:

la faccenda che ci si abitua a tutto

mi sa che è vera.

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