Sui metodi che la gente usa per ripararsi dagli urti della vita

Pochi giorni fa ho passato una cosa come ventiquattro ore in ospedale.

Visto che non stavo male io ma qualcun altro, visto che –purtroppo- non mi ero portata niente da leggere, l’unica cosa che ho potuto fare là dentro sveglia seduta su una sedia scomoda per ventiquattro ore, è stata dedicarmi all’osservazione dell’interessante ambiente circostante.

Sono fortunata, e forse poco scaramantica quindi posso dirlo: posso dire che io in ospedale ci sono stata poche volte in vita mia -per ora- quindi per me era tutto nuovo lì dentro e beneficiavo della capacità tipica di chi comincia a vedere una cosa per la prima volta (più o meno) e riesce a distinguere tanti dettagli, vede tutto molto luminoso e nitido. Un effetto che mi sembra che hanno usato gente come il Verga, o Tolstoj forse o era Dostoevskij, chi si ricorda? Boh.

Potrei raccontare di quelle 24 ore in ospedale per pagine intere forse potrei farne un racconto o un romanzo breve ma figuriamoci se mi ci metto, pigra come sono.

Dirò solo di una cosa che ho visto.

La signora nel letto a fianco a quello della persona che accompagnavo io, era una donna di una sessantina d’anni. Nonostante fosse stata operata d’urgenza durante la notte, nonostante indossasse un camice bianco a fantasia sui toni del verde chiaro, nonostante avesse pure un paio di calze bianche anti trombo, nonostante un drenaggio, una flebo, e un catetere, quella donna – incredibile ma vero- aveva una piega perfetta tenuta insieme miracolosamente alta sulla testa con tutta probabilità da una lacca potente: mi azzardo a dire marca “Cielo alto” forse, come quella che usava mia madre, negli anni ’80. Potrei dire che avesse anche l’eyliner, cioè mi sembrava che il contorno della palpebra fosse troppo pronunciato per essere naturale ma è inverosimile che si rimanga truccati in una situazione così quindi farò l’ipotesi che avesse fatto un trucco permanente agli occhi fatto a regola d’arte dalla sua estetista di fiducia, quasi sicuro del centro di Bologna nel perimetro che sta tra via Rizzoli, via Farini e via D’azeglio.

Unghie laccate di rosso stridevano sulle mani nodose e piene di vene pronunciate che stavano stese immobili sopra il lenzuolo. Aveva pure una maschera per l’ossigeno, quella donna.

All’inizio – quando era stata appena portata giù dalla sala operatoria- parlava con un rantolo maschile incomprensibile in evidente stato confusionale ma dopo un po’ la sua voce si è schiarita e ho iniziato a capire quello che diceva.

Come una litania ripeteva: «Voglio il mio Xanax, mettetemi dello Xanax nella flebo!».

Tolta la maschera dell’ossigeno, verso mattina, la loquacità della signora è aumentata e invece di invocare solo la figlia che l’aveva assistita imperturbabile per tutta la notte sempre come sorda alle sue richieste ( o era buddista e stava meditando o aveva i tappi nelle orecchie oppure non lo so proprio) a tutti quelli che entravano, diceva:

«L’ho già chiesto ai suoi colleghi: mi potete mettere dello Xanax in circolo per favore?».

All’inserviente delle colazioni: «Senta mi aiuti lei, come posso fare ad avere dello Xanax?».

A un certo punto, rivolta a me: «Ha visto che schifo?? Nessuno mi ascolta, l’avrò chiesto a dieci persone qua dentro ma si vede che a nessuno importa niente dei pazienti. Voglio solo il mio Xanax!».

Ho riflettuto molto su quella donna che evidentemente è molto più avanti di me nella capacità di trovare soluzioni valide al problema di sopportare gli urti della vita, molto più all’avanguardia voglio dire perché io, quando ho paura della vita, ho paura di quello che succede, ho il terrore di sbagliare, e di fare sciocchezze e di trascinare con me nel baratro tutti quelli che mi stanno accanto, e anche come in un domino, anche chi mi conosce appena per osmosi, io quando penso di non farcela più e la paura mi prende io uso un metodo diverso: io mi faccio docce bollenti, che durano da 10’ o 15’ poi esco dalla doccia, faccio scorrere l’acqua fredda e mi riempio un bicchiere di acqua gelata e me lo bevo.

Dopo sto meglio.

Ho questo piccolo problema che nel condominio dove sto io per motivi di risparmio hanno deciso di contingentare a certi orari la possibilità di farsi una doccia bollente il ché, se devo essere sincera è una cosa abbastanza seccante.

E’ un periodo che mi faccio un paio di docce bollenti al giorno, e me ne farei sicuramente una notturna visto che non riesco neanche a dormire bene ma dove sto io, non è permesso: che peccato.

Lo so che la signora in quel momento non poteva farsi certo una doccia, ma è probabile che quel metodo lì dello Xanax fosse quello che lei usa di solito in questi casi, mentre il mio solito metodo, quello al quale mi sono abituata, è la doccia.

Un altro metodo che ha funzionato bene per me in questi ultimi giorni ed è ancora più economico della doccia che nel mio condominio con i costi dell’acqua calda che abbiamo, credo che a doccia mi costi diversi euro, comunque l’altro metodo che ha funzionato in questi giorni ed è più economico, più salubre delle docce, è parlare con delle persone amiche. Non amiche qualsiasi ma amiche di un certo tipo: donne simpatiche, intelligenti, ironiche, ed esperte della vita e con loro farsi due risate.

Costo 0 e risultati stupefacenti.

Poi ci sono i libri: un buon libro può fare miracoli. Io per dire sto leggendo Le anime morte di Gogol’ che per fortuna è un libro molto lungo.

Altri so che vanno a correre: si mettono le scarpe e via. Oppure fanno un altro sport abbastanza debilitante. Io non sono il tipo per certe cose.

C’è chi prova a gratificarsi con oggetti inutili e costosi che pensa gli svolteranno l’esistenza. Io devo dire che questo l’ho provato ma è stato abbastanza deludente.

Poi c’è il metodo che usava George Micheal, che tutti abbiamo i nostri momenti bui, e anche lui si vede ne aveva ma ha usato il metodo sbagliato e si sa com’è finita.

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